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ANTOLOGIA allegata al vol. 3 (1)

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UNA PREMESSA.

I lavori che scegliamo per Antologia sono spesso riproduzioni fotografiche delle opere originali e quasi mai dei pdf, ragione per cui essi sono generalmente molto pesanti dal punto di vista informatico e  rendono anche difficile lo scaricamento della stessa rivista. La soluzione che ci è sembrata più adeguata è quella di inserire nella rivista dei sunti ampi delle opere scelte per Antologia e di porre a disposizione gli interi fascicoli reperiti solo sul sito. DI due lavori scelti per questo numero sono:

Prima di andare ai singoli lavori conviene legere le presentazioni che seguono.

Per presentare il primo lavoro iniziamo con il Profilo di Ludwig Wittgenstein (1889-1951).

Wittgenstein nasce a Vienna il 26 aprile 1889 e muore a Cambridge il 29 aprile 1951. Il suo è “il talento”, una fonte da cui sgorga acqua sempre nuova, ma questa fonte perde ogni valore, se non se ne fa il giusto uso”. Nasce, ultimo di otto figli, da una famiglia ebraica benestante. Inizialmente studia a casa. Nel 1906 inizia a frequentare il corso di Ingegneria Meccanica presso il politecnico di Berlino. Si laurea presso la Facoltà di Ingegneria a Manchester. La passione per le macchine e la innata attrazione per le materie astratte lo avvicinano alla matematica, alla logica e alla filosofia, influenzato anche da i “Principi di matematica” di Bertrand Russel. Nel 1912 viene ammesso come studente di filosofia al Trinity College ed in seguito all’Università di Cambridge. Si arruola volontario nel 1914, pur essendo stato esonerato, nell’esercito austro-ungarico. Continua a studiare e scrivere anche durante la prigionia a Cassino. Nel 1919 torna a Vienna, dove insegna come maestro elementare, fino al 1936, quando si trasferisce nuovamente a Cambridge, questa volta per succedere a Moore nella cattedra di Filosofia. Abbandona l’insegnamento dopo circa dieci anni per vivere e studiare in isolamento. Muore nel 1951, per un tumore alla prostata, nella casa del medico che aveva voluto evitargli il ricovero in ospedale. Personalità particolare, umorale ed introverso, non era facile da frequentare. Con gli amici (Russel, Moore, Carnap, Popper, Waismann) era esigente fino a rendersi sgradito ed a litigare. Con le donne non andava meglio, infatti amava all’insaputa della controparte e proponeva matrimoni in bianco. Aveva molte fobie e comportamenti non usuali: lavava i piatti nella vasca da bagno, lavava i pavimenti usando foglie di tè, aveva un’andatura esagitata, rifiutò una enorme fortuna, fece il giardiniere in un monastero, indossò per anni l’uniforme dell’esercito, ormai inesistente, per cui aveva combattuto. Come insegnante non era tanto più normale: era violento con i bambini delle elementari, all’università si rifiutava di far lezione se c’erano molti studenti, dettava appunti a pochi di loro perché gli altri potevano … leggerli a casa. Per lui la filosofia era una sofferenza perché “non è possibile pensare decentemente senza farsi del male”. Le sue prime opere filosofiche furono influenzate dalle idee del “Circolo di Vienna” (M.Schlick, O.Neurath, R.Carnap e altri). Gli appartenenti al Circolo erano molto avversi alla Metafisica e aperti invece all’esperienza, alla matematica ed alla logica. Intendevano fondere l’approccio sperimentale e quello formale, formulando il principio di verificazione, secondo cui sono autentiche solo le proposizioni verificabili empiricamente che permettono un confronto tra il linguaggio usato e la realtà empirica (da questo la mancanza di senso attribuita alle proposizioni della metafisica in quanto non verificabili). Wittgenstein arrivò ad affermare che la filosofia deve abbandonare la riflessione su problemi che non hanno riscontro empirico. La sua opera principale è il TRACTATUS LOGICO-PHILISOPHICUS, in cui espone sette tesi principali dettagliate da una serie di proposizioni organizzate ad albero. Le sette tesi, in ordine di esposizione nel testo, sono: 1. il mondo è tutto ciò che accade 2. ciò che accade è il sussistere di stati di cose 3. l’immagine logica dei fatti è il pensiero 4. il pensiero è la proposizione munita di senso 5. la proposizione è una funzione di verità di proposizioni elementari 6. la forma generale della funzione di verità è la scoperta scientifica 7. su ciò di cui non si può parlare si deve tacere L’idea che è alla base del Tractatus è l’esistenza di un linguaggio logicamente perfetto che serve ad asserire o negare i fatti, e, perché questo sia possibile, esso deve avere in comune con i fatti stessi la forma logica. Nasce quindi una corrispondenza biunivoca tra il linguaggio e la realtà, tanto che per Wittgenstein il significato di un nome è l’oggetto stesso. Dopo anni di inattività scrive PHILOSOPHISCHE UNTERSUCHUNGEN, in cui rivede completamente le tesi esposte nel Tractatus, il linguaggio diventa “i linguaggi” e la funzione non è più quella di asserire o negare i fatti, ma il significato di una parola diventa il suo uso nel contesto in cui appare. Al dogmatismo linguistico subentra il contestualismo linguistico. Entrambi i libri ebbero successo, anche se in antitesi tra loro, e hanno dato il via a due scuole di pensiero. Ricordiamo alcune sue opere: Note sulla logica (1913), Quaderni 1914-1916, Tractatutus logico-philosophicus (1921),  Ricerche filosofiche (1953),  Libro blu (1958), Libro marrone (1958), Philosophische untersuchungen (postumo).

Riassunto del lavoro di Sciarra.

La teoria dei giochi linguistici dell’ultimo Wittgenstein immette ad una dimensione ancor più pluralistica, relativa e trasversale. Il proble­ma della conoscenza sociale si precisa come il problema della compren­sione di senso degli atti linguistici intrecciati con le pratiche sociali significanti in quanto si costituiscono reciprocamente in una forma di vita complessiva. Al ricercatore sociale si presentano giochi linguistici plurimi che sostengono le comunicazioni e le prassi complesse del tessuto sociale, combinati polidimensionalmente e trasversalmente senza una struttura sovraordinata di unificazione, non governati che da regole interne non generalizzabili, perché prodotti e comprensibili solo nell’ambito delle specifiche e pluralistiche forme di vita che li originano, sia all’interno della propria, che di culture altre. Il gioco non può quindi essere analizzato dall’esterno, né da un punto di vista superiore nomologico-intellettivo, ma di volta in volta giocato e compre­so dall’interno, aderendo e addestrandosi alla sua forma di vita. L’osservazione partecipante non ammette traduzioni dal proprio all’altrui gioco linguistico, ma solo un cambiamento incommensurabile di Gestalt del ricercatore che raggiunge la concordanza comunicativa e la comprensione di senso degli atti sociali altri nei giochi istituziona­lizzati di forme di vita relative, aderendo alle quali il soggetto raggiunge a sua volta una conoscenza oggettiva, se pur convenzionale, poiché convenzionali sono le regole che organizzano i giochi e i loro intrecci Labirintici.

La comprensione sociale non ha nulla dell’empatia, né dell’interpretazione ipotetico-empirica degli atti sociali, ma è solo conformazione della prassi del ricercatore al gioco linguistico-sociale determinato che analizza dall’interno, al cui dominio di regole accede per partecipazione osservante e concordanza comunicativa. Com­prendere un’azione sociale significa comprenderne il senso come mossa di un gioco le cui regole, al di là dell’intento individuale, rimandano a una delle molteplici forme di vita che si combinano variamente nella vita collettiva e di cui il ricercatore ha imparato a padroneggiare dall’interno l’addestramento d’uso, tanto nei vincoli restrittivi, quanto nelle possibilità aperte che le regole del gioco ammet­tono, in una combinatoria congiunta di variazione individuale e di regolarità sociale.

Passiamo ora a presentare il lavoro di Alberto Bressani, sull’Abbazia del Polirone, ove è conservata un’opera: Il Cenacolo di Bonsignori, che non ha quasi nulla da invidiare a quello di Lenardo.

Il Cenacolo/Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

Il Cenacolo è un dipinto parietale ottenuto con una tecnica mista a secco su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494-1498 e realizzato su commissione di Ludovico il Moro nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. Si tratta della più celebre rappresentazione dell’Ultima Cena, capolavoro di Leonardo e del Rinascimento italiano in generale. Nonostante ciò, l’opera – a causa della singolare tecnica sperimentale utilizzata da Leonardo, incompatibile con l’umidità dell’ambiente – versa da secoli in un cattivo stato di conservazione, cui si è fatto fronte, per quanto possibile, nel corso di uno dei più lunghi restauri della storia, durato dal 1978 al 1999 con le tecniche più all’avanguardia del settore. In oltre 17 anni, l’Olivetti (società finanziatrice del progetto dal 1982 al 1999) sostenne per il restauro un costo di circa 7 miliardi di lire.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali gestisce il Museo del Cenacolo Vinciano tramite il Polo museale della Lombardia, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. Nel 2019 è stato visitato da 445 728 persone, risultando essere il quindicesimo più visitato in Italia.  Esistono copie e rifacimenti di vario genere di quest’opera, probabilmente la copia dell’Ultima Cena di Girolamo Bonsignori, collocata nell’Abbazia del Polirone, potrebbe essere considerata la più importante dopo l’originale.

Riassunto del lavoro di Bressani “Il Polirone”

Tutto ha inizio in Linguadoca, siamo nel 1244, con la tragica fine dei Catari, grande prezzo pagato alla ortodossia cattolica. Vi sono degli esuli e l’esoterismo cataro sembra sopravvivere nella zona di Mantova, almeno fino agli interventi della santa inquisizione. Così non meraviglia ritrovare aspetti dell’esoterismo cataro nell’Ultima Cena di Girolamo Bonsignori, collocata nell’Abbazia del Polirone e copia del leonardesco cenacolo, ma dal quale si differenzia per dovizia di particolari.

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